Piccola di statura, da alcuni soprannominata “la nana”, Grazia era in realtà ben proporzionata, con un corpo minuto ma per niente fragile: era determinata a scrivere, a far di quello il suo mestiere, superando le maldicenze e le chiacchiere di un piccolo paese come Nuoro di circa seimila abitanti in cui il compito della donna era considerato quello di badare alla famiglia.
Quando le si presentò l’opportunità, la colse: un breve fidanzamento di due mesi con Palmiro Madesani, il matrimonio e si trasferì a Roma. Lasciò la Sardegna ma l’ambiente familiare e sociale della Nuoro in cui crebbe ispirarono costantemente i suoi lavori letterari. Ebbe da subito come obbiettivo quello di: “Creare da me sola una letteratura completamente ed esclusivamente sarda”.
Fu la prima donna candidata al Parlamento italiano in un periodo in cui le donne in Italia non potevano votare, e la prima donna italiana a vincere il Premio Nobel: il 10 dicembre 1926 vinse il Premio Nobel per la letteratura “per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano».
I suoi romanzi, a differenza di molti suoi contemporanei, possono essere letti ancora oggi, riuscendo a coinvolgerci.
Lo spettacolo, che si avvale spesso, per quanto è possibile, delle parole della Deledda. Lo spettacolo alterna momenti da salotto, ciarlieri e leggeri, agli incontri col figlio amato, a momenti riflessivi, collegati alle problematiche della scrittura, alla guerra, al vissuto di Grazia Deledda impregnato di morte.
Lo spettacolo indaga i suoi sogni, i suoi tormenti, la sua tensione verso la ricerca del Premio, fino al raggiungimento del Nobel tanto atteso.